La differenza che c’è fra E.T. e Netflix

Considerazioni sull'intrattenimento per i giovani

Ricordate E.T. di Steven Spielberg? La storia del piccolo extraterrestre lasciato sulla Terra dai suoi e adottato in gran segreto da un bambino? Scene memorabili, rimaste scolpite nel nostro immaginario, come la corsa in bicicletta a cento metri dal suolo o “telefono-casa”. A quei tempi, era rivoluzionario. Se lo riguardiamo oggi, ci fa tenerezza. Resta la bella storia ma in tempi di Netflix, di effetti digitali, di ritmo narrativo incalzante e di contaminazione fra generi, di tecniche di regia innovative, E.T. sembra un vecchio libro di fiabe. Era bello certo. Ma non ci “aggancia” più.

Martedì 5 Novembre, al meeting dei provinciali Silb con la dirigenza tutta, il sociologo Francesco Morace ci ha messi di fronte a quello che lui definisce, da sempre, cambiamento di “paradigma”. Cosa significa, in estrema sintesi? Che per mutamenti sociali, culturali, tecnologici, la forma mentis dei ragazzi – che rappresentano il nostro target- è completamente diversa. E che –consentiteci la metafora- stiamo proiettando a loro E.T. mentre cercano Netflix. Un modello focalizzato sugli anni Novanta, quando la gente si recava in discoteca per conoscere persone, ballare, in assenza di altre piattaforme fisiche o digitali dove le stesse cose fossero possibili. Erano i tempi del “popolo della notte”. Dei sabati sera. Delle grandi discoteche capaci di attrarre migliaia di persone e di intrattenere con dee jay di assoluta qualità. Ora a essere in crisi non è la voglia dei giovani di divertirsi. È il modello che noi continuiamo a proporre.

Cosa ha detto Morace? Lo smartphone non divide affatto, unisce. Anzi, è un “velocizzatore” ed intensificatore di esperienze: lasciati gli amici si è già in chat con loro. I genitori scambiano messaggi con i figli in media venti volte al giorno. Quindi i ragazzi hanno legami consolidati anche attraverso la tecnologia. Questa è profondità. Ma una profondità veloce.

D’altro canto però i nativi digitali non sono in grado di mappare l’insieme. Contano intensità ed esperienza, a discapito della visione complessiva. Ciò significa che o è SI o è NO; o si e IN o si è OUT. Niente toni di mezzo.

Le famiglie hanno perso il ruolo di educatori, di punto di riferimento, quindi subiscono in modo più passivo gli stimoli esterni. Ed è per questo che le discoteche vengono criminalizzate: da un lato non si sono aggiornate portando le esperienze a misura dei nuovi nativi digitali, che hanno un nuovo paradigma esistenziale fatto di profondità veloce, di desiderio di intensità di esperienze che rimane immutato ma cerca percorsi diversi dalla sala anonima con il dee jay. Dall’altro lato, vengono responsabilizzate proprio per l’assenza di famiglia.

In più, i giovani cercano esperienze che non sono solo lo sballo, anzi, i più non vogliono perdersi, vogliono essere protagonisti, rafforzare relazioni. Più la società diventa digitale, più il lusso è riappropriarsi del corpo, delle emozioni vissute davvero. Cosa significa questo? Che non esiste da parte dei giovani un’alienazione. Anzi. Vogliono sentire di più, ma con mezzi che li emozionino seguendo i loro standard di percezione.

L’alieno cucciolo è ancora emozionante, ma non raccontato come lo fece Spielberg decenni fa. Bisogna raccontarlo come Stranger Things di Netflix. Discoteche, diventiamo Netflix! Come? Progetti veri. In primis, la musica. Il fulcro su cui la discoteca è nata, insieme al desiderio di conoscere persone. Facciamo sì che in discoteca tornino a sperimentare la musica e la passione di stare insieme. Senza sballo.